“Cittadini Virtuali”

 

È ufficialmente considerato fenomeno di massa.

Milioni di persone avvertono la necessità di creare un avatar ( un alterego virtuale) e popolare mondi fiabeschi in cui l’impossibile diventa reale, la realtà finzione.

È questa “seconda opportunità” ad affascinare oppure è soltanto tecno-moda, un espediente del web 2.0, niente più che un gioco di ruolo nazional popolare?

Da acuto osservatore della realtà per propensione e passione ammetto di gradire non poco la possibilità di sperimetare, monitorare, realtà comunitarie, aggregazionali, che seppur apparentemente fittizie finiscono per rappresentare uno spaccato sociale meglio di tante indagini “ufficiali”.

In effetti questi esseri “soprannaturali” cui nella finzione si dona la capacità di volare, di teletrasportarsi, di mutare aspetto a piacimento, assumono nella totalità dei casi vizi e virtù del genere umano.

 È risaputo come Second Life ad esempio sia foriera dei mali del mondo reale: violenza, pedofilia, prostituzione hanno invaso inesorabilmente anche il mondo di Linden che si è visto costretto ad adottare severe misure restrittive.

Una realtà parallela quella dei giochi di ruolo in cui le regole comportamentali sono del tutto simili se non identiche a quelle universalmente riconosciute nella quotidianità.

Probabilmente il solo aspetto che differenzia reale da virtuale è la mancanza di comunicazione non verbale. La gestualità è ridotta all’osso per ovvie ragioni di interazione software. I personaggi cui si assegna l’alterego sono limitati nei movimenti con evidente compromissione della capacità espositva.

 Sappiamo bene quanto comunicazione verbale e non verbale siano interdipendenti nel trasmettere la “sensazione” dell’altro.

Di contro la mancanza di un approccio “fisico”, l’assenza di distanza interpersonale pare favorisca la socializzazione, l’interazione.

 Questo accade nei limiti di un rapporto colloquiale e sino a quando l’identificazione con il prorpio avatar non assume i caratteri della totalità finendo col replicare se stessi all’interno della fiction.Eppure immagino che questi “paesaggi del web” siano stati ipotizzati come una realtà priva dei limiti del reale. Penso alla capacità di esprimere opinioni senza lasciarsi condizionare dal colore della pelle, dal credo religioso, penso alla possibilità di superare facili pregiudizi legati alla disabilità.

Saremo capaci di relazionarci al “gioco” e con esso sviluppare una percezione del sociale avulsa da stereotipi condizionanti e limitanti?

 Saremo capaci di pensare ad un universo parallelo in cui sviluppare alcuni tratti della nostra personalità? Questi immagino siano gli ingredienti cui spetterà decretare il fallimento oppure il succeso di tali “alternative”.

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